E l’Italia ci riuscirà? Quanto le manca al 95-95-95? Non lo sa nessuno con certezza. Abbiamo stime più o meno 15-20% della popolazione che oggi è ancora ignara di avere il virus.
Malgrado ciò, il ministero della Salute definisce in modo vago le campagne di informazione che non possono essere lasciate alla fantasia delle regioni o province autonome. Campagne mirate devono seguire criteri di esperti e di ricercatori.
L’alleanza di comunicazione tra le istituzioni, la società civile e il sistema sanitario non è ancora iniziata. E siamo in ritardo anche sull’approvazione del pdl 218 che abrogherebbe la vecchia legge 135/90.
Le istituzioni centrali debbono occuparsi di chiarire molti aspetti concreti della regionalizzazione della salute perché nelle scuole ci avevano insegnato che la Salute è un bene universale ed inalienabile dell’essere umano. L’Italia deve rientrare nei criteri richiesti dalle Nazioni Unite, in vista di creare un mondo senza AIDS e senza nuovi contagi.
La Banca Mondiale è disposta a finanziare nuovi impianti di produzione di farmaci, anche antiretrovirali. Ma i farmaci non bastano. Il mondo ha bisogno di informazione sulla Salute e sui passi fatti dalla ricerca per terminare i quasi 50 anni dell’HIV.
In questa linea di pensiero prosegue la ricerca di un vaccino preventivo e per dare una risposta agli studi sulla cura funzionale, dato che a luglio 2026 si contano 14 persone passate dalla positività all’essere negativi.
Il Delta tra domanda e offerta di salute aumenta o per lo meno non migliora al punto di permettere all’Italia di realizzare programmi di prevenzione unitari, di accelerare i processi AIFA, ormai imbarazzanti nei consessi internazionali per l’approvazione di nuovi farmaci, di avviare progetti di ricerca (che a tutt’oggi hanno un budget uguale a zero) e di raggiungere gli SDG che l’Italia stessa ha firmato e ratificato come membro delle Nazioni Unite.
